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“La pandemia ha colpito le grandi democrazie occidentali”

Il professor Luciano Bozzo, docente di Relazioni Internazionali e Studi Strategici, nonché membro dell’Advisory Board di BiG Academy spiega la pandemia guardando agli effetti che ha avuto sugli equilibri internazionali. Non solo, ci accompagna nella lettura di alcuni trending topics sull’Italia e sul mondo, prendendo a spunto anche fatti della storia passata di cui è un grande appassionato. «Nell’Ottocento l’architetto Giuseppe Poggi demolì gran parte delle mura della Firenze medievale, indubbiamente una perdita dolorosa, che permise tuttavia di creare i viali per trasformare la città in una capitale moderna, aperta e pronta ad accogliere e far circolare il nuovo. Oggi in Italia dovremmo saper fare lo stesso, con infrastrutture e viali, in questo caso “viali informatici” » – dice – parlando della difficoltà attuale, tutta italiana, di trovare soluzioni per il lungo periodo, guardare lontano e fare rete collaborando per un obiettivo.

 

Perchè questa reticenza diffusa a fare rete?

Perché nell’Italia delle cento, bellissime città, abbiamo la naturale tendenza a restare “entro le mura”, a guardare ai problemi e alle soluzioni con un atteggiamento un po’ provinciale e spesso conservativo.

 

BiG potrà riuscire nella “missione impossibile” di stimolare la cultura di rete?

Deve riuscirci! Oggi, per competere sui mercati globali, tutti gli attori economici, anche le PMI, devono saper fare rete e possedere una buona cultura industriale. Con BiG dobbiamo aiutare le nostre imprese a fare un salto di qualità proprio su questo aspetto!

 

In che modo le relazioni internazionali possono supportare il “fare impresa”?

L’analisi degli scenari internazionali è sempre stata indispensabile per la crescita economica, era vero già ai tempi della dinastia dei Medici ed è ancor più vero oggi, in situazione di “globalizzazione compiuta”, quindi in un sistema internazionale complesso, nel quale è particolarmente difficile produrre analisi politiche ed economiche efficaci per la natura stessa del sistema in cui spesso non esiste un rapporto diretto, lineare, di causa-effetto tra gli eventi, bensì un insieme di relazioni tipiche dei sistemi complessi “caotici” in senso proprio, in cui anche minimi input possono dar luogo ad effetti più che proporzionali e a massimi output. Ne è prova la pandemia da Covid-19: un minuscolo virus si è diffuso rapidamente su scala globale, innescando reazioni a catena che hanno determinato una crisi globale senza precedenti in tempi di pace. Purtroppo, come Paese, siamo poco pronti a prevedere e far fronte a questo genere di eventi: la nostra struttura statale è debole, poco coesa, poco capace di sviluppare strategie condivise.

 

L’attuale crisi di governo in che posizione ci mette a livello internazionale?

L’incarico affidato dal presidente della Repubblica a Mario Draghi per formare un nuovo governo ha suscitato, in Italia non meno che fuori dai confini nazionali, speranze grandi, perfino eccessive. Il punto è che non sarà un uomo, sebbene di indiscusse capacità personali e valore, a poter risolvere, da solo, problemi che hanno origini antiche, natura strutturale e si trascinano irrisolti da decenni. L’Italia avrebbe necessità di una vera rivoluzione nazionale, innanzitutto culturale, ma gli Italiani, per le ragioni accennate sopra, tradizionalmente sono assai poco propensi al mutamento. Ecco perché è particolarmente importante, oggi, l’iniziativa culturale. Si tratta infatti di incidere su attitudini, abitudini, percezioni e concezioni consolidate.

 

Nell’ultimo anno di pandemia cosa è cambiato?

La pandemia ha inciso sugli equilibri globali poiché ha colpito profondamente Stati che hanno un ruolo cruciale nello scacchiere internazionale, gli Stati Uniti, i grandi Paesi della UE e il Regno Unito in primis. Quando la pandemia sarà finita ci accorgeremo che da essa, come in passato dalle grandi guerre tra potenze, usciranno vinti e vincitori, a seconda di come e con quali effetti l’emergenza sanitaria, con tutto ciò che ne è seguito, è stata affrontata. I Paesi appena citati, ad esempio, a causa del COVID-19 hanno incontrato gravi difficoltà, sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista economico e sociale, anche per l’emersione di movimenti “contro” (non solo negazionisti del virus, ma anche gruppi che contestavano la limitazione delle libertà personali). Da tutto questo possono, tuttavia, avere origine mutamenti positivi. In generale, in tutto l’Occidente ci sono state sia pesanti ripercussioni economiche (si pensi all’Italia, che nel 2020 subirà una perdita in termini di PIL del -8,33%, secondo dati Eurostat).
D’altra parte, occorre prendere atto che la Cina, ad oltre un anno dallo scoppio della pandemia, sembra essere riuscita a far fronte al virus registrando, nonostante tutto, un + 2,3% di crescita. A questo genere di considerazioni facevo riferimento quando affermavo che la pandemia incide sugli equilibri globali e che da essa usciranno vinti e vincitori, i quali ultimi vedranno aumentato il proprio peso politico e il proprio ruolo sullo scenario internazionale.

 

L’esito delle elezioni americane avrà un ulteriore effetto sui rapporti di forza a livello globale?

Joe Biden sarà certamente un presidente assai diverso rispetto a Donald Trump, ma se qualcuno pensa che, grazie a lui, l’Europa tornerà ad essere centrale nella politica americana si illude. Il baricentro della politica internazionale ormai si è spostato dall’Atlantico al Pacifico. La Cina è la seconda economia mondiale e lo è diventata nell’arco di trent’anni. Ha un surplus economico che le permette di effettuare massicci investimenti in altri Paesi, di condizionarne la condotta: non si può pensare che gli Stati Uniti, che rischiano di vedersi tolto il primato di superpotenza globale, rivolgano il loro sguardo altrove. Dunque la competizione tra Stati Uniti e RPC per il primato mondiale, sarà indubbiamente il tema e problema centrale della politica internazionale dei prossimi anni e probabilmente decenni.

 

L’Italia come si colloca in questa partita USA-Cina?

Se la relazione competitivo-conflittuale tra Cina e USA si radicalizzerà, l’Italia non potrà muoversi in modo ondivago, come spesso ha fatto negli ultimi anni, le sarà richiesto di fare una chiara scelta di campo. Il movimento ondivago è dovuto al fatto che abbiamo attuato una politica ambigua, a volte banalmente opportunistica, con aperture verso la Cina che però non sono state apprezzate oltreoceano e che talvolta ci hanno costretto a fare precipitosi passi indietro.

 

Le imprese italiane come devono guardare a queste dinamiche internazionali?

Debbono conoscerle e comprenderle per essere consapevoli delle opportunità che possono offrire. Attualmente le imprese italiane esportano soprattutto negli Stati Uniti, in Francia o in Germania, ma le quote di export in Cina aumenteranno e potranno esserci nuove opportunità in Paesi, solo per fare un paio di esempi, come il Vietnam o la Corea del Sud.

 

Che effetto ha avuto l’avvento di Internet nella gestione delle relazioni internazionali?

Ogni volta che nella storia dell’uomo si è aperto un nuovo spazio di azione, fisico e non, si sono presentate nuove possibilità di sviluppo e nuove occasioni di scontro. Lo spazio cibernetico è diverso da quelli “tradizionali”, fisici, perché immateriale, è ovunque e in nessun luogo, al punto che l’origine di un eventuale attacco è difficile da individuare, non ci sono preparativi o armamenti visibili, lo si riconosce solo dopo averlo subito. La rete è divenuta centrale in ogni confronto, in qualsiasi rapporto cooperativo, competitivo o conflittuale, in qualsiasi campo, avente natura politico-militare, economica o d’altro genere.

 

In che modo gli imprenditori possono sfruttare al meglio questo spazio?

Per prima cosa devono essere consapevoli dei rischi che si sono venuti a creare a loro carico. Servono conoscenze e competenze in termini di cyber security, che naturalmente è fondamentale per la protezione degli interessi nazionali e degli apparati statali, ma anche per l’industria e le PMI. I sistemi informatici delle imprese italiane sono stati penetrati infinite volte nel passato più o meno recente: dobbiamo evitare che continui ad accadere con tale frequenza, sebbene sia impossibile impedirlo del tutto, che altri si impossessino del know how nazionale diffuso, perché è quello che rende unici e competitivi i nostri prodotti sui mercati globali dove ormai si giocano le sorti future dello Stato.